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venerdì 31 gennaio 2014

Memoria sull'acquedotto di Bracciano

Catasto Gregoriano. Leggenda: A - cartiera; B - mulino a grano

L'acquedotto Odescalchi serviva alle necessità industriali e civili del paese di Bracciano fin dagli inizi del '700. L'uso umano dell'acqua era considerato secondario rispetto allo sfruttamento legato alle ferriere e ai mulini, tanto che la concessione dell'acqua per l'uso della fontana davanti al palazzo comunale era concessa in uso precario: bisognerà attendere il 1835 perché la Comunità di Bracciano ottenga in perpetuo questo diritto, a seguito di uno scambio con il duca Marino Torlonia, al quale cedeva la proprietà del fontanile comunale dei Cretoni, posto alla Doganella.

L'acqua instradata verso la pubblica fontana, tuttavia, continuava ad essere prelevata dal ricasco delle Cartiere (A) (dal 1776), subito a monte del mulino a grano (B): ciò significava che la popolazione doveva utilizzare, anche per uso potabile, l'acqua che aveva attraversato i macchinari che lavoravano la carta, con conseguenti ricadute sulla qualità della stessa.

Il problema inizia a sentirsi dopo l'unità d'Italia, quando matura la sensibilità della popolazione su questo problema: nel 1875 la questione del “miglioramento delle condizioni igieniche delle acque potabili” ora ormai 
un “bisogno universalmente sentito ed espresso dalla pubblica opinione”. Come soluzione si chiedeva di poter prelevare l'acqua  “di sopra al Bottino delle Cartiere a vece che al Molino a grano”.

Al problema viene data soluzione negli anni seguenti, con la concessione di poter innestare un nuovo condotto a monte delle Cartiere, a spese del Comune e con l'obbligo di condurre una parte dell'acqua per uso dell'ospedale: il tutto in cambio della stipula di una serie di convenzioni riguardanti per lo più gli usi civici.


In preparazione alla stipula della transazione tra i principi Odescalchi e la Comunità di Bracciano fu redatta una Memoria sull'acquedotto di Bracciano, che sintetizzava la storia e la posizione giuridica dell'opera idraulica e delle acque che trasportava: il testo completo è stato digitalizzato da Terre degli Orsini, ed è consultabile QUI.

Una delle fonti consultate

martedì 7 gennaio 2014

Villa Flavia - Villa Caprari

Villa Flavia, un'area oggi disabitata e assorbita dai boschi a nord della frazione Pisciarelli di Bracciano, prende il nome dal cardinale Flavio Orsini, che nel Cinquecento la elesse a sito di erezione della sua villa di "delizie". Prima di allora questa contrada prendeva il nome di Bonaventura, "interessantissimo ricordo dei Venturini" (G. Tomassetti), famiglia che nei secoli XII-XIV aveva dominato sulla costa tirrenica tra Ceri e Santa Marinella, e in alcune aree dell'entroterra come Rocca Romana (da cui il nome), Manziana e Bracciano: è poco noto ma il ramo Venturini della famiglia (ipocoristico di Bonaventura, il capostipite), probabilmente attraverso la contrazione di matrimoni con i veri dominatori della Tuscia, i Prefetti di Vico, riuscirono ad innestarsi anche nel territorio braccianese, nell'area di Pisciarelli, ove tutt'oggi sopravvive la loro memoria nel vecchio casale detto Villa Bonaventura, in località Poggio.
Villa Flavia
I Venturini mantennero il possesso di questa zona fino all'arrivo degli Orsini, che vollero unificare il feudo ricevuto in vicariato da Martino V: l'ultimo esponente del ramo braccianese della famiglia, il possente Buccio Nigro, vendette la sua quota nel 1428.
La villa di delizie fatta erigere dal cardinale Orsini ebbe vita breve: già con gli ultimi esponenti della famiglia sembra che abbia perso la sua funzione ricreativa, e, all'arrivo degli Odescalchi, era già ridotta a casa colonica, al pari delle altre strutture che qui esistevano.
Molti degli edifici che facevano parte di quest'area si conservano ancora oggi, sotto forma di ruderi: uno di questi è villa Caprari, un casaletto di due piani posto al centro di un'area produttiva parte seminativa, parte vignata.
Villa Caprari
Villa Caprari, ambiente segreto

Villa Caprari, scale esterne

venerdì 16 agosto 2013

La lavorazione del ferro nel ducato di Bracciano

Lo Stato ecclesiastico vantava al suo interno diversi centri per la produzione del ferro, localizzati per lo più nella Provincia di Patrimonio: nonostante ciò non ha mai raggiunto l'autosufficienza, come dimostrano alcune relazioni dai toni amari
Dalla sola Germania sono stati mandati annualmente novecento e più barili di semplici chiodi, e più centinaia di fasci di gomene. Da paesi esteri vengono li gangani, bandelle, serrature, ed altri Lavori più ovii, e materiali... In Ronciglione resta continuamente chiusa una, o due delle Ferriere camerali, e l'altre lavorano molto lentamente. In Sutri, Capranica, Bracciano, Viterbo ed altri luoghi succede lo stesso ed anche peggio) [ASR, Camerale II Dogane, b. 40]
Uno dei centri più produttivi dell'intero Stato era il ducato di Bracciano, diventato, a metà del XVIII sec., la capitale pontificia del ferro: al 1762, con 1.525.382 libbre di ferraggio (ovvero 517 t di ghisa) e 80 centi di vena (ovvero 880 t di minerale) superava tutti gli altri centri di produzione.
Resti della ferriera di Castel Giuliano
Lo sviluppo di questa importante industria nel ducato di Bracciano è legata alla famiglia Orsini: in particolare si deve a Paolo Giordano I, l'introduzione, nella seconda metà del '500, della prima ferriera braccianese, e a Paolo Giordano II, per mezzo del matrimonio da lui contratto con la principessa Isabella Appiani di Piombino, l'afflusso ai forni ducali dell'abbondante materia prima prodotta in Toscana (che ha comportato l'energica crescita dell'attività).

Le ferriere di Castel Giuliano segnate nel Catasto Alessandrino (1660)
Le ferriere orsiniane erano localizzate nel territorio di Castel Giuliano, dove sfruttavano sia la maggiore vicinanza con il mare, che la forza motrice di un modesto corso d'acqua. Per il XVII sec. risultano gestite dalla famiglia Fioravanti, una delle più in vista del ducato. Nei pressi fu impiantato, nel 1602, da Solderio Patrizi, allora feudatario di Castel Giuliano, il forno nuovo o forno del Sambuco, un forno da fare ferraccio, che resterà in attività per pochi anni (dopo il 1613 non se ne avranno più notizie).

L'acquedotto Odescalchi e le prime 4 ferriere nel catasto Gregoriano
Con il completamento dell'acquedotto di Bracciano, fortemente voluto da Livio I, capostipite della nuova casata baronale degli Odescalchi (secondo decennio del XVIII sec.), nel 1720 vengono erette ai margini del paese un forno per il ferraccio (alto 7,5 m), cinque ferriere per la conversione della ghisa prodotta in loco e un distendino per la lavorazione del massello di ferro, alimentati dalla forza motrice dell'acqua da poco incondottata. Al 1767 una delle ferreriere risulta essere chiusa ed oziosa senza lavorare.

Una delle ferriere, oggi restaurata a trasformata in auditorium
Nel periodo napoleonico il francese Morel ristruttura l'altoforno, che diventa il più moderno dello Stato pontificio; assieme al forno di Canino alimenta una serie di ferriere disperse per lo più nel territorio della Tuscia viterbese, da San Martino a Civitella Cesi, a Sutri, a Vetralla, oltre al più importante centro produttivo di Ronciglione. Verrà infine demolito negli anni '50 del XX secolo.

La Ferratella di Villa Flavia (fraz. Pisciarelli di Bracciano)
Un'altro piccolo centro produttivo braccianese era la c.d. Ferratella, ancora attiva negli anni '20 del XIX sec. Mancando nelle immediate vicinanze un corso d'acqua, è probabile che la struttura fosse alimentata riattivando il piccolo acquedotto orsiniano che nel '500 portava l'acqua della Fiora alle Delizie di Villa Flavia, luogo di delizie del cardinale Virginio Orsini, da secoli in stato di abbandono.

(fonte: Cavallini M., Gigante E.G., De Re Metallica. Dalla produzione antica alla copia moderna, l'Erma di Bretschneider, Roma 2007)

martedì 13 agosto 2013

Vicarello, frazione di Bracciano: un interessante borgo che fu un tempo tenuta imperiale

A 7 km da Bracciano, lungo la sponda settentrionale del lago, si arrampica su una collina il grazioso borgo di Vicarello, oggi compreso all'interno del Parco Naturale Regionale di Bracciano e Martignano.
il borgo di Vicarello
L'abbondanza e la qualità delle acque termali che qui sgorgavano hanno determinato che Vicarello fosse frequentato ininterrottamente fin da epoche remote: la località era infatti conosciuta e apprezzata dagli etruschi di età arcaica, come testimoniano le tombe e la stipe votiva ritrovata nell'area,e le monete greche ed etrusche risalenti al VII sec. a. C.
resti delle Acquae Apollinares Novae
In età romana Vicarello appartenne all'imperatore Marco Aurelio ed era noto come Vicus Aurelius. In questa fase vengono costruite le imponenti terme delle Acque Apollinares Novae, nel cui sito furono scoperti, nel 1852, i famosi vasi di Vicarello.
In epoca medioevale Vicarello divenne un castello, feudo della potente famiglia di Vico. Nel 1367 Vicarello risulta diruto e ridotto a semplice tenuta, la cui proprietà, dopo alcuni passaggi di mano tra il Monastero dei SS. Andrea e Gregorio al Celio, la famiglia degli Anguillara, e il Monastero di San Saba, viene stabilmente attribuita a quest'ultimo. Nel 1561 S. Saba e tutti i suoi beni vengono incorporati al S. Spirito in Sassia, e nel 1573 di nuovo scorporati e ceduti al Collegio Germanico, che cedono in enfiteusi Vicarello alla famiglia Orsini di Bracciano. Nel 1692, per un canone non pagato, il Collegio Germanicò rientrò nel pieno possesso di Vicarello, ove, nel 1737, costruì uno stabilmento termale, divenuto noto con il nome di Bagni di Vicarello.
tratto epigeo dell'Acquedotto Paolo presso Vicarello
Ai piedi della collina di Vicarello si conserva tutt'ora un imponente tratto epigeo dell'Acquedotto Paolo.

Come arrivare.
all'acquedotto

al borgo

alle terme
 

lunedì 12 agosto 2013

"Antica Pisciarelli" 9: la via Clodia

La via Clodia (affioramento lungo il sentiero che scende a S. Liberato), nona tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".
basolato della via Clodia
Qui per le informazioni.


Tappa precedente: cisterna romana delle Colonnacce
Tappa successiva: casale Pettinicchia

domenica 11 agosto 2013

"Antica Pisciarelli" 10: il casale Pettinicchia

Il casale Pettinicchia, decima tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".

Casale Pettinicchia

Casale Pettinicchia è uno dei tanti casali abbandonati nascosti tra i boschi di Pisciarelli.

Casale Pettinicchia

La sua fondazione risale a non più tardi degli inizi dell'800: è infatti segnato nel catasto Gregoriano come "Casa di proprio uso" e intestato ad un certo Carlo Cencelli. Agli inizi del secolo successivo risulta inglobato nel patrimonio degli Odescalchi, ma in stato di abbandono: nel volume Relazione sui miglioramenti apportati nel Ducato di Bracciano da S. A. il Principe Don Baldassarre Odescalchi edito da Strabioli nel 1906 si accenna ad un progetto di ristrutturazione.



Casale Pettinicchia in una carta dello Stato Maggiore antecedente al 1894

Alcune tracce di ingentilimento nella struttura lasciano ipotizzare che il casale, non fosse destinato unicamente ai coloni e alle attività agricole, ma anche come casotto di caccia del principe (funzione compatibile anche con la sua ubicazione a ridosso della selva).

Tracce di ingentilimento

Il casale poggia sopra una falda acquifera sfruttata per l'acquedotto Paolo: in un angolo della cantina, si rinviene un modesto scavo che serviva, forse, ad intercettare la falda e a creare un piccolo pozzetto.

Casale Pettinicchia (cantina)

La sorgente delle 25 vene, così designata "perché in essa unisconsi 25 sorgenti", è il terzo punto di alimentazione dell'Acquedotto Paolo. Il bottino si trova pochi metri più in basso del casale Pettinicchia.

Bottino della sorgente delle 25 vene (interno)

Attraverso un'apertura provocata dal tempo è stato possibile fotografare l'interno: si nota la presenza d'acqua e di alcune aperture triangolari che servono alla captazione della stessa.



Tappa precedente: via Clodia
Tappa successiva: bottino della sorgente delle Venticinque vene

"Antica Pisciarelli" 5: la via "Clodia"

La via Clodia (affioramento presso le Colonnacce), quinta tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".
basolato originale della via Clodia
La via Clodia è un'antica strada romana che collegava Roma con Saturnia. La data di fondazione non è nota, così come è sconosciuto il nome del magistrato che si occupò della sua edificazione, tuttavia al 225 a.C. risultava già esistente.
Costruita tra due importanti vie di origine militare (Aurelia e Cassia), la via Clodia nasce per esigenze commerciali: il suo tracciato, pertanto, non risponde brutalmente a criteri geometrici, ma insegue la posizione di varie colonie in terra etrusca.
Il percorso della via Clodia secondo la Tabula Peutingeriana
Lungo il percorso sono sorte nel tempo varie mansiones (stazioni di sosta e commercio gestite dal governo centrale), la più importante delle quali era Forum Clodii (in quanto portava il nome della strada), localizzata presso S. Liberato di Bracciano, ai margini dell'attuale territorio di Pisciarelli.
Ricostruzione del tracciato della via Clodia nel territorio di Pisciarelli
Tra S. Liberato e Pisciarelli la via Clodia affiora in almeno 4 punti, di cui tre afferenti alla strada principale e uno, un ponte d'età romana, appartenente ad un diverticolo.

Come arrivare.
Dal parcheggio in zona archi di Boccalupo, prendere il sentiero sterrato che nasce tra due cancelli privati e proseguire sempre dritto, ignorando tutti gli incroci, fino alla sommità del colle, nel punto in cui troverete un crocevia e, sulla sinistra, il cancello della rete che avrete nel frattempo costeggiato. Attraversate il cancello e procedete lungo la strada, tenendo la sinistra. I basoli della via Clodia vi appariranno davanti agli occhi subito dopo aver superato, tirando dritto, una diramazione del sentiero.


Tappa precedente: fonte dell'Acqua Praecilia
Tappa successiva: cisterna romana delle Colonnacce

"Antica Pisciarelli" 13: grotta "Renara"

Grotta Renara, sedicesima tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".

ingresso di grotta Renara

La grotta, composta di due ambienti principali, risulta abitata nel Neolitico. In età imperiale è stata utilizzata, come ambiente ipogeo, dai cristiani. Nel passato più recente è stata adibita a ricovero per gli animali.

Come arrivare.
Da P14 risalire via di S. Liberato fino al secondo sentiero sulla sinistra: imboccatelo e procedete fino a trovare la grotta, che apparirà sulla destra.
Venendo dagli archi di Boccalupo proseguire  lungo il sentiero che costeggia il fosso di Boccalupo fino al bivio antistante l'arco di grotta Renara e prendere il sentiero a sinistra: dopo pochi metri, sulla sinistra, apparirà l'ingresso di grotta Renara.


Tappa precedente: arco di grotta Renara
Tappa successiva: Fontanile delle due cavole e via Clodia

"Antica Pisciarelli" 16: bottino e fontanile del "Micciaro"

Il fontanile e il bottino del Micciaro, diciannovesima tappa del percorso di archonatura "Antica Pisciarelli".
bottino del Micciaro
Si tratta di una struttura preesistente all'Acquedotto Paolo, successivamente restaurata da Paolo V e incorporata nella sua opera di ingegneria idraulica.
Il nome Micciaro deriva da miccia, termine toscano con cui si indicano gli asini, e, in particolare, le femmine della specie: in questo punto, infatti, erano soliti sostare i villici che, a dorso d'asino, si incamminavano verso le terre a nord di Bracciano. L'origine toscana del termine si spiega con il popolamento, storicamente documento, di Pisciarelli (e della vicina Manziana) da parte di capannari provenienti dalla Maremma e dal Senese. Il flusso di toscani verso il Lazio ha raggiunto il picco a metà del '500, in seguito alla sconfitta e annessione di Siena per opera del duca di Firenze Cosimo I de' Medici (poi Granduca di Toscana): comunità di toscani, tuttavia, erano insediate nel territorio già dal medioevo.
bottino del Micciaro
Nel bottino del Micciaro si raccoglievano ben "39 vene ed un grosso capo di acqua acidula": ancora oggi chi ha la fortuna di poter assaggiare quest'acqua (ad es. gli ospiti di Borgo Paola), può riconoscerne il particolare sapore.

epigrafe posta sul bottino del Micciaro
Le ragguardevoli dimensioni del bottino, con una lunghezza pari a 60 palmi (circa 40 metri) e una profondità di circa 5 metri, ne facevano la struttura "più insigne tra quelle costrutte da Paolo V": per questo motivo sfoggia con orgoglio l'epigrafe del Papa "A. P.", trasformata poi, in epoca postunitaria, in "A. R." (Acqua Romana) scalpellando un trattino in più.

Come arrivare.
Fontanile e bottino si trovano ai due lati di via del Micciaro (adiacenti la strada), davanti all'ingreso di Borgo Paola, nel tratto asfaltato. Il bottino si trova in salita, dietro una recinzione.

lunedì 5 agosto 2013

"Antica Pisciarelli" 4: la fonte dell'Acqua Praecilia

Fonte dell'Acqua Praecilia, quarta tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".

Fontanile dell'Acqua Praecilia
L'Acqua Praecilia, che oggi sgorga in un anonimo fontanile, è stata apprezzata per le sue proprietà curative dal tempo dei romani (e probabilmente anche prima) fino ad epoche più recenti, quando è stata fatta oggetto di commercio organizzato (dal 1909 al 1915). L'acqua, che sgorga limpida e incolore, è classificata come mediominerale fredda, e le sono riconosciute proprietà diuretiche.

Pubblicità dell'Acqua Praecilia del 1911

Con la costruzione dell'acquedotto Paolo e del suo bottino del Belluccio, le acque furono incondottate verso Roma. Soltanto una parte di esse, da allora, viene restituita al territorio attraverso l'attuale fontanile, ancora oggi alimentato dalla costruzione paolina.

La fonte dell'Acqua Praecilia

I meno giovani ricordano ancora l'usanza, durante le loro passeggiate nei boschi di Pisciarelli, di fermarsi alla fonte dell'Acqua Praecilia per bagnare il pane secco e preparare una gustosa merenda a base di panzanella.

Come arrivare.
Giunti in prossimità del bottino del Belluccio basterà scendere qualche altro metro e cercare oltre il canneto.


Tappa precedente: bottino del Belluccio
Tappa successiva: via Clodia

giovedì 25 luglio 2013

"Antica Pisciarelli" 12: l'arco di Grotta Renara

Arco di Grotta Renara, quindicesima tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".

Acquedotto Paolo: arco di grotta Renara
Il manufatto (inizi del '600), facente parte dell'acquedotto Paolo (che serviva il quartiere di Trastevere a Roma e le fontane di piazza S. Pietro), permetteva ai condotti di superare una seconda volta il fosso di Boccalupo.

Acquedotto Paolo: arco di grotta Renara
L'arco prende il nome da una grotta sita poco distante. 
Sulla fonte dell'arco è ancora possibile leggere l'iscrizione ACQUA / PAULA.

Acquedotto Paolo: arco di grotta Renara

Da una fessura praticata nell'arco è possibile verificare come il condotto trasporti acqua ancora oggi.

Come arrivare.
Risalire per breve tratto la strada di S. Liberato, al P14, quindi svoltare a sinistra al primo o al secondo sentiero. Nel punto in cui i due sentieri si incrociano, in prossimità del fosso di Boccalupo, cercare il coperchio di un tombino raso terra alla strada: alla sua altezza, guardando verso il fosso, cercare tra la vegetazione l'accesso alle sponde. Senza che in un primo istante ve ne accorgiate, sarete già sopra l'arco.
Venendo dagli archi di Boccalupo o da Borgo Paola, basterà discendere la strada comunale in terra battuta, costeggiando il fosso di Boccalupo nel senso di scorrimento delle acque, fino all'unico incrocio che incontrerete lungo il cammino: troverete l'arco sulla destra, nascosto tra la vegetazione.

Particolare di mappa del XVIII sec.

Tappa precedente: cascatelle di Pisciarelli
Tappa successiva: Grotta Renara

lunedì 22 luglio 2013

"Antica Pisciarelli" 6: le "Colonnacce"

Le Colonnacce, sesta tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".

Le "Colonnacce"
Misteriose e magiche appaiono le Colonnacce al viandante in transito lungo il sentiero che collega la Fiora con il poggio di grotta Renara: lo stupore è tanto più forte quanto il monumento coglie di sorpresa, per esser, oltre che coperto di vegetazione, ad un livello più basso del piano stradale, così che l'occhio si accorge delle colonne soltanto quando ormai si è giunti sul posto.

Una delle colonne
Il sito, decisamente inesplorabile, ma piacevolmente godibile dall'alto, è composto di tre ambienti rettangolari tagliati longitudinalmente da una fila di 16 colonne, resti di quella che fu una grande cisterna romana di età primo imperiale. La cisterna, posta sulla sommità del poggio di grotta Renara, era alimentata da uno dei bracci secondari dell'acquedotto Traiano, e serviva l'abitato di Forum Clodii, che si sviluppava lungo il fianco del monte digradante verso il lago, spazio oggi occupato, parzialmente, dal complesso di S. Liberato.


Dopo l'abbandono avvenuto nella tarda età romana, il sito fu nuovamente frequentato nel tardo medioevo, quando i resti della cisterna furono reimpiegati come base per l'erezione delle abitazioni dei capannari che frequentavano la zona: queste strutture sono ancora oggi visibili, ben innestate nella costruzione romana.

Colonnacce: muri medievali
Il sito delle Colonnacce fu visitato nella prima metà dell'800 da Antonio Nibby, che ce ne lascia una breve descrizione.
Uscendo da questa vigna [San Liberato] e proseguendo a salire pel sentiero, che segue l'andamento del diverticolo antico, dopo un mezzo miglio, sul ripiano del monte è l'avanzo di un sepolcro antico, e ad oriente di questo una gran cisterna quadrilunga, costrutta a sacco, con scaglie di selce, divisa in due grandi aule o corsie da tredici pilastri [in realtà sono 16], il che le fa dare dal volgo il nome di colonnacce, e che probabilmente servì per la villa di Mezia. Essa è lunga 180 piedi, larga 34 e verso occidente, dove il monte sfalda è sorretta da contrafforti. L'interno è suddiviso da muri e fabbricati moderni, anche essi in rovina.
Il giorno 21 giugno 2013 l'Associazione Contea Pisciarelli ha guidato l'archeologo Giuseppe Cordiano, professore dell'Università di Siena, e la sua squadra, sul sito delle Colonnacce, affinché potessero effettuare i rilievi della cisterna.
La squadra del prof. Cordiano al lavoro con i rilievi delle "Colonnacce"
Come arrivare.
Dal parcheggio in zona archi di Boccalupo, prendere il sentiero sterrato che nasce tra due cancelli privati e proseguire sempre dritto, ignorando tutti gli incroci, fino alla sommità del colle, nel punto in cui troverete un crocevia e, sulla sinistra, il cancello della rete che avrete nel frattempo costeggiato. Attraversate il cancello e procedete lungo la strada, tenendo la sinistra. Le Colonnacce vi appariranno dopo aver oltrepassato un affioramelanto della via Clodia, sul sinistra, una volta che sarete giunti sul luogo.


Tappa precedente: via Clodia
Tappa successiva: Acquedotto Traiano

domenica 21 luglio 2013

"Antica Pisciarelli" 10: arco del "Ciurlo"

Arco del Ciurlo, decima tappa del percorso di archeonatura "Antica Pisciarelli".

Arco del Ciurlo

Il suggestivo arco permette all'acquedotto Paolo di scavalcare un piccolo affluente del fosso di Boccalupo.

Arco del Ciurlo
"Ciurlo" è il nome con cui l'arco è indicato dagli anziani di Pisciarelli.

Pianta del Condotto dell'Acqua Paola alle sue sorgenti (particolare)

Come arrivare.
L'arco del Ciurlo si trova al confine meridionale della proprietà di Borgo Paola, sulla sponda destra del fosso di Boccalupo. Nei mesi di secca può essere raggiunto guadando il fosso di Boccalupo (le cui sponde, in questo punto, sono facilmente praticabili) e risalendo per breve tratto il piccolo affluente.
In alternativa si può cercare, nascosto tra la vegetazione, un piccolo ponte di cemento che attraversa il fosso di Boccalupo pochi metri più a valle: giunti sull'altra sponda sarà facile individuare l'arco del Ciurlo, che è posto sul bordo destro della piccola radura.

Arco del Ciurlo
Carica le coordinate GPS sul tuo smartphone:

GPS



Tappa precedente: sfiatatore dell'Acqua Paola.
Tappa successiva:  cascatelle di Pisciarelli.